“Italian light. Transfiguring sky and water”: la mostra all’Istituto Italiano di Cultura di New York, dal 20 luglio al 14 settembre 2022 curata da Marco Bertoli

Promosso dal professor Fabio Finotti, direttore dell’Istituto e curato da Marco Bertoli, si tratta di un progetto espositivo che punta ad indagare l’importanza della ricerca della rappresentazione della luce nel paesaggio che si dipana lungo tutto l’Ottocento e i primi del Novecento e coincide con l’elaborazione dell’estetica di molte scuole pittoriche.

Si tratta di un vero e proprio viaggio nel tempo che ripercorre le tappe salienti di questa trasformazione, mettendone in luce i principali temi: la predilezione per la pittura dal vero, le ricerche dedicate alla resa delle atmosfere e agli effetti di luce e colore. Dalle premesse maturate negli anni Sessanta dell’Ottocento nell’ambito della Scuola di Resina, passando attraverso l’innovativa esperienza dei Macchiaioli toscani, si giunge così al paesaggio di tendenza simbolista, fino alla nascita del Divisionismo.

La freschezza dei paesaggi campestri di Federico Rossano e Francesco Lojacono, le poetiche vedute cariche d’atmosfera di Antonio Fontanesi, i paesaggi lagunari di Mosè Bianchi e di Pietro Fragiacomo, le vedute di Venezia di Guglielmo Ciardi, che evocano una pace silenziosa, con un effetto quasi nostalgico, sono solo alcune delle suggestioni che accompagnano il visitatore lungo un itinerario di 24 opere provenienti da importanti collezioni private italiane. Lo studio della luce prosegue nelle opere di Giuseppe De Nittis, con due tavolette che evidenziano l’originalità dei suoi studi, capaci di rappresentare la realtà e tradurla con immediatezza. Dalla tela “Alba” di Antonio Fontanesi, in cui il paesaggio diventa quasi una presenza evocativa, si giunge alla fine degli anni Ottanta alla nascita del Divisionismo.

La mostra prosegue poi con due tele di Gaetano Previati, il pittore divisionista più lirico e visionario che, attraverso l’evanescenza della forma, trasfigura il dato oggettivo giungendo ad una dimensione onirica. Tra le opere dei primi del Novecento un luminoso giardino di Angelo Morbelli,  due vedute delle Dolomiti di Cesare Maggi e Guido Cinotti, in cui il paesaggio diventa in realtà un pretesto per l’interpretazione della luce e dei suoi riflessi.

Nonostante i grandi cambiamenti che si sono succeduti fra Ottocento e Novecento nella società e, di pari passo anche nell’evoluzione linguaggio pittorico verso la nascita delle avanguardie, lo studio della luce rimane l’indiscussa protagonista, come già Giovanni Segantini annotava in una lettera a Grubicy nel 1887 “Se l’arte moderna avrà un carattere, sarà quello della ricerca del colore della luce”.